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CHIUSURA DELLA PRIORIA - IL CASALE AL MILITE PIETRO CELESTRE "AD PERPETUUM"

STORIA ANTICA > GLI ARAGONESI

LA SITUAZIONE NELLA CONTEA DI MODICA ED IN SICILIA
La Contea di Modica in questo periodo era già passata in mano ai Cabrera (1392 – 1481). Nel 1421 Bernaro Cabrera (1392 – 1423) era già diventato 1° conte della Contea di Modica.
In Sicilia era re Alfonso V d’Aragona (1416 – 1458) figlio di Ferdinando I, quest’ultimo nipote di Martino I.  
N.B.
Per maggiori informazioni sulla Contea di Modica e sul Regno di Sicilia consultare la "mappa estesa" del sito: www.terraiblea.it dello stesso autore.

LA CHIUSURA DELLA PRIORIA SANTACROCESE.
All’abate Antonio Platamone, intorno agli anni venti/trenta del XV secolo, successe,  l’abate Jaime Paternò, giovanissimo rampollo dell’alta nobiltà catanese. Costui, resosi conto personalmente che c’era una difficoltà oggettiva a “reclutare” frati per mancanza di vocazione e visto che i ventennali tentativi dei suoi predecessori di tenere aperto il monastero erano falliti, pensò di cambiare strategia.
La prima cosa che fece, nel 1421, fu la chiusura della prioria santacrocese per difficoltà gestionali, mentre era priore frate Rainaldo da Catania.
La seconda cosa che attuò fu la trasformazione dell’enfiteusi triennale in enfiteusi a lungo periodo, più facile da gestire.

DON PIETRO CELESTRE.
Così
il 21 luglio 1457 (indizione 5) concesse al milite Don Pietro Celestre, potente nobile del contado di Modica, l’enfiteusi dei terreni “ad longum tempus”, cioè per 28 anni, sotto il controllo della prioria sciclitana.
Un rapporto così lungo dava finalmente all’affittuario il tempo per realizzare opere di miglioria che potevano permettergli di valorizzare e sfruttare più razionalmente il feudo.
L’atto fu trascritto a San Filippo d’Argirò da Enrico Bonerba, pubblico notaio della Camera regionale,
ed il canone annuo fu stabilito in 5 onze d’oro e 15 tarì.
Don Pietro, però, molto tempo prima della scadenza dell’enfiteusi, si spinse oltre e intuendo che l’enfiteusi “
ad longum tempus” poteva essere prolungata ancor di più, il 30 aprile 1470 (indizione 3) chiese ed ottenne, dall’abate Jaime Paternò, l’enfiteusi “in perpetuum”.
Questa trasformazione avrebbe dato la possibilità al Celestre d’impostare e di realizzare un progetto politico per i suoi eredi.
Tale atto fu rogato presso il notaio licatese Gerlando de Aratro, alla presenza di diversi testimoni.
Anche questa volta l’atto fu trascritto a San Filippo d’Argirò presso il notaio Enrico Bonerba, pubblico notaio della Camera regionale. In quella occasione
il canone fu fissato in 10 onze d’oro, 3 tarì e 12 grani. Questo nuova concessione “in perpetuum”  chiaramente, annullava quella “ad longum tempus”.

CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA NEL CONTRATTO.

In quest’ultimo atto però l’abate Jaime Paternò ed i monaci, per tutelare il loro monastero, inserirono diverse clausole di salvaguardia.
La prima di queste prevedeva che: “Ogni anno può avvenire un provvedimento giudiziario sui beni di detto signor Pietro, degli eredi e successori, secondo le norme della Magnifica Curia regia , si stabilisce che prima di avviare ricorso l’enfiteuta dovrà pagare il censuo anno dovuto”. Questa clausola non deponeva a favore della solidità economica di don Pietro Celestre.
La seconda clausola prevedeva: “La possibilità di revocare la concessione per il mancato pagamento del censo per un solo anno”.
Altre clausole furono: ospitare l’abate per tre giorni in caso di sua visita al feudo; la concessione del feudo sarebbe divenuta “firma et valida” solo se “accepta et confirmata” dal papa (Pietro II 1464 – 1471), in mancanza di che sarebbe stata ripristinata la precedente locazione; il Celestre doveva consegnare inoltre ogni anno due rotoli di cera grezza, due barili di tonno salato ed un pane di zucchero di 2 rotoli in occasione della festa di S. Filippo d’Argirò, ma solo nel caso si facessero coltivazione di canna da zucchero ed ance pesca del tonno.
Una volta arrivato il consenso del papa, don Pietro Celestre si trovò a gestire un vasto feudo nella veste di barone suffeudatario.
La titolarità della baronia infatti rimaneva agli abati di san Filippo d’Agira, che se ne fregiavano e continuavano a percepire un censo perpetuo. Don Pietro Celestre venne considerato il primo barone “laico” di S. Croce de Rasacambra .

L’INGIUNZIONE A DON PIETRO CELESTRE.
Purtroppo i rapporti fra l’abate Jaime Paternò e Pietro Celestre non furono pacifici.
Dalle carte dell’archivio agirino, si scopre l’insolvibilità di Don Pietro de Chilestro. Nell’archivio è stata ritrovata una nota (in duplice esemplare) che ha tutta l’aria di una contestazione nei suoi confronti.
La nota,
datata 15 novembre 1481, precisa che al Celestre era stato dato in enfiteusi solo il feudo “vocatur Sanctae Cruchi seu de Risgarambri” e non fa alcun cenno alla prioria, e presenta la seguente contestazione:
Il mancato pagamento di due annualità quella del 1480 (indizione 13) e quella del 1481 (indizione 14) e che la consegna dei due rotoli di cera grezza era stata omessa addirittura dal 1470, cioè dalla stipula del contratto".

L’abate Paternò ammonisce pubblicamente il Celestre e gli concede due giorni di tempo per assolvere ai suoi impegni, pena la restituzione  del feudo di Santa Croce, con tutti i suoi diritti e pertinenze.
Purtroppo nel frattempo don Pietro Celestre morì e l’abate Jaime Paternò chiamò in causa il figlio di Pietro, don Miche Celestre.

Fortunatamente la controversia rientrò e Michele Celestre poté riappropriarsi del feudo ad enfiteusi in perpetuum che,  all’atto pratico, si rivelò come una vera e propria vendita mascherata.
Fu così che si concluse la storia bassomedievale dell’ex casale e prioria di Sancte Crucis de Rasacambri. Per il feudo si sarebbe aperta una nuova storia con i discendenti di Don Pietro Celestre.

Ultimo aggiornamento: 25/03/2019
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