BENVENUTO A CASUZZE

CERCA
Vai ai contenuti

Menu principale:

GIOVANBATTISTA III CELESTRES

STORIA ANTICA > > DINASTIA DEI CELESTRE

Giovanbattista III Celestre (1609 – 1665) figlio di Pietro IV e donna Francesca Cifuentes, successe nel 1616 al padre come terzo marchese di Santa Croce.
Durante la sua minore età, a gestire il feudo fu la madre, che si avvalse di procuratori e persone di fiducia.
Donna Francesca Cifuentes, baronessa di Lalia e marchesa di S. Croce rimase fortemente prostrata dalla morte del marito e le ci volle un po’ di tempo per riprendersi dal duro colpo. Il suo stato d’animo fu talmente scosso che non si sentì di continuare il progetto di colonizzazione del feudo di Lalia, che Filippo III nel 1615 aveva concesso a suo marito.
Nel 1621 morì Filippo III, al suo posto salì al trono Filippo IV. Donna Francesca Cifuentes, ripresasi dalla morte del marito, dovette, come da prassi, rinnovare il giuramento di vassallaggio, così il 16 dicembre 1621 ottenne la riconferma dell’investitura ed il 13 ottobre 1623 il “privilegium habitandi”.
La stessa cosa dovette fare Giovanbattista III che, l’11 marzo 1622 (appena tredicenne), prestò giuramento a Filippo IV per ottenere la riconferma dell’investitura di marchese di S. Croce.    

I SUOI MATRIMONI.
A 44 anni, cioè nel
1653 sposò donna Angela La Grua Talamanca, figlia di Vincenzo principe di Carini e di Vincenza Conte e Amari. Dal matrimonio nacquero tre figli: Pietro V (che sarebbe diventato il 4° marchese di S. Croce), Agnese e Vincenzo Celestre. Rimasto vedovo sposò in seconde nozze donna Margherita Saladino Paruta, vedova di Ugone Notarbartolo e figlia di Vincenzo Saladino, barone di Ragalì. Dal matrimonio nacque un solo figlio di nome Francesco, che pronunziò i voti presso il Terzo Ordine Regolare di San Francesco.

LA SUA CARRIERA PROFESSIONALE
Sulla scia dei progenitori gli furono affidate importanti cariche pubbliche, come quella di Deputato del Regno dal 1619 fino al 1645 e fu Governatore dei Bianchi di Palermo nel 1637 e 1643 e del Monte di Pietà negli anni 1643, 1658 e 1659.
Dopo la morte della madre marchesa Francesca Cifuentes avvenuta nel 1653, Giovanbattista III Celestre (che era già marchese di S. Croce dal 19 luglio 1617) fu investito della baronia di Alia il 24 febbraio 1654.
I suoi legami con potenti nobili del tempo, anche per motivi matrimoniali, gli permisero di accumulare un notevole patrimonio, ma per il feudo di S. Croce dimostrò disinteresse, forse perché troppo lontano da Palermo. L’unica sua preoccupazione fu quella di riscuotere fitti e gabelle.  

I RAPPORTI CON SANTA CROCE.
Giovanbattista III quindi non si dimostrò particolarmente interessato né al presente, né tantomeno al futuro dei bisogni del feudo di Santa Croce; mentre diverso fu l’interessamento che il marchese e sua madre ebbero per i feudi di Lalia e di Tortoresi.
Preferì affidare il feudo santacrocese alla gestione di persone che pensarono solo ad arricchirsi ed a speculare per trarre il massimo profitto a spese dei santacrocesi.

Tanto per fare un esempio con la gestione dei due fratelli di origine catalana, che abitavano a Ragusa, Giovanni e Giacomo Matali, commercianti di panni, lane ed altre mercanzie, l’economia di S. Croce s’impoverì a tal punto che il valore dei beni immobili e mobili posseduti dai santacrocesi si deprezzò di quasi il 50% rispetto al primo “rivelo” quello del 1616. I Matali si fregiarono del titolo di Governatore di Santa Croce, ma in effetti lucrarono il più possibile dalla riscossione dei censi e dall’affitto dei pascoli.
Come Governatori furono affiancati da 4 Giurati in rappresentanza dei quattro quartieri in cui era diviso l’abitato. Costoro provvedevano alla riscossione delle due “gabelle” imposte ai santacrocesi: quello della macina del grano, che fruttava 50 onze l’anno e quella del vino che invece ne garantiva 46. Inoltre il Governo centrale imponeva un “donativo” (cioè una tassa) di 47 onze che doveva essere versata sia alla Reale Corte che alla Deputazione del Regno di Sicilia.
Nel tentativo di salvare il feudo di S. Croce dall’estrema miseria, nel 1648  Giovanbattista III pensò d’inviare a S. Croce un suo uomo di fiducia, il palermitano Vincenzo Dispenza, che, per quattro anni cioè fino al 1652, svolse la funzione di Governatore.  
Dopo questa data il marchese Celestre affidò il feudo a mezzadria al borghese Didaco Rosa di Scicli. Costui prese in compartecipazione l’amministrazione del feudo dietro pagamento di 450 onze d’oro, fino al 1655.
Dal 1655 al 1658 il feudo fu sottoposto ad amministrazione controllata per ordine del Vicerè della Deputazione del Regno di Sicilia, Juan Téllez-Girón, IV duca di Ossuna, con atto rogato presso il notaio Pietro Graffeo di Palermo ed affidato nuovamente all’amministrazione di Vincenzo Dispenza.

Con questo atto fu rescisso il rinnovo della compartecipazione al borghese sciclitano Didaco Rosa. Dal 1 settembre 1658 Vincenzo Dispenza ottenne dal marchese Giovambattista III l’appalto del feudo per nove anni, cioè fino al 1667.       

I RIVELI DEL 1623, DEL 1638 E DEL 1651.
Il prolungato malgoverno di Giovanbattista III Celestre risultò evidente dai riveli del
1623, 1638 e del 1651.
Il secondo rivelo, quello del 4 maggio 1623, tenutosi 7 anni dopo rispetto al primo del 1616, evidenziò le difficoltà del feudo di S. Croce. Gli abitanti da 614 del 1616 passarono a 575, cioè 39 in meno; i nuclei familiari da 181 a 154, cioè 27 in meno. Evidentemente né Donna Francesca Cifuentes, né tantomeno Giovanbattista III, riuscirono a creare condizioni adatte per incentivare il ripopolamento del feudo.
In compenso si era arricchito il patrimonio zootecnico ed era aumentato il numero dei possessori di case. Il più ricco in assoluto fu un certo Giorgio Mallia, possessore di case, terreni e bestiame, che denunciava un reddito tassabile di 448 onze e 13 tarì; seguito a debita distanza da un certo Laurenzo di Castello che denunciava un “limpio” di 57,75 onze. Dal rivelo risultò anche che nuove contrade (Bagno di Mare, San Martino, La Menta, Donnanna, Vignazza) erano state messe a coltivazione.
Questo aveva portato ad una maggiore produzione di grano, che per la parte eccedente veniva trasportata al caricatore di Pozzallo per essere esportata in Spagna, con “tratta franca” di cui aveva diritto il Conte di Modica Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera.  

Il rivelo dell’8 agosto 1638 riconfermò lo stato di povertà dei Santacrocesi, sempre più economicamente miseri e numericamente in calo
.
A distanza di 15 anni dal rivelo del 1623,
la popolazione registrò un brusco calo passando da 575 a 439 anime (ben 136 persone in meno, un calo di quasi il 24%) rappresentate da 134 nuclei familiari, contro i 154 del 1623.
Ma il dato più impressionante fu il quasi totale ricambio della provenienza dei nuovi cittadini, in quanto la maggior parte dei coloni residenti provenienti da Scicli, Ragusa, Modica, Comiso preferirono ritornare ai loro paesi e furono sostituiti da altri coloni provenienti da altri paese.

Dopo il rivelo del 1638 le condizioni generali si fecero ancora più difficili, anche perché il marchese imponendo nuove pesanti imposte non facilitò certamente la permanenza dei coloni.
Altri coloni preferirono ritornare ai loro paesi d’origine o ricercarono paesi più ospitali, come per esempio Vittoria. In questa città gli eredi della Contessa Vittoria Colonna, fondatrice della città, dimostrarono invece una mentalità per nulla fiscale e profittatrice, e a volte concedevano gratuitamente le terre.
Fu così che a S. Croce molte case furono abbandonate ed in parte tornarono al marchese, diverse contrade non più coltivate s’imboschirono di rovi ed erbacce, molti animali furono venduti o furono restituiti al marchese per impossibilità a saldare il debito.

Il rivelo del 28 ottobre 1651 mise in evidenza una situazione generale ancora più precaria.
Le attività lavorative si erano ridotte drasticamente, il patrimonio zootecnico si era ridotto notevolmente, gli abitanti che nel 1638 erano 439 passarono a 291 (un calo di 148 persone, corrispondente al 33,7%) e le case utilizzate erano 116. Era scomparsa la coltivazione del frumento e dell’orzo. Molte persone avevano debiti nei confronti del marchese.

LA MORTE DI GIOVANBATTISTA III CELESTRE.
Il 25 agosto 1665 Giovanbattista III morì e la sua intera eredità passò al figlio Pietro V che venne investito del marchesato e dalla baronia il 16 settembre 1666 in quanto erede legittimo.

Ultimo aggiornamento: 17/04/2019
giampigiacomo@libero.it
http://picasion.com/i/1U5qo/
Torna ai contenuti | Torna al menu