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MARIANNA CELESTRE GRAVINA

STORIA ANTICA > > DINASTIA DEI CELESTRE

Il 3 settembre 1824 moriva a Palermo Giovambattista 5° Celestre a soli 54 anni. Gli successe, quale erede universale, la figlia quattordicenne Marianna che, essendo minorenne (era nata nel 1810), rimase per alcuni anni sotto la tutela della madre Eleonora Gravina, che sarebbe morta il 2 marzo 1852.   

DONNA MARIANNA CELESTRE GRAVINA.
La Marchesa Marianna, ultima marchesa di Santa Croce, ereditò gran parte del territorio di S. Croce (il feudo di Scalambro e S.Croce, parte gialla nella mappa) e cinque ex feudi, un gran numero di case, terreni ed alcuni palazzi dal comune di Alia (in provincia di Palermo).
Marianna Celestre Gravina, era una donna molto bella, di carattere forte e alquanto libera nei costumi, era ben inserita a Corte e nelle alte sfere del potere e tra le famiglie più importanti di Palermo. La Marchesa volendo difendere i propri diritti, affidò a degli esperti il compito di redigere un quadro generale di tutte le sue proprietà, che poi le furono riconosciute dalla legge nel 1829 (quando già aveva 19 anni).  
Dopo che ebbe chiaro il quadro della situazione cominciò a prendere i seguenti provvedimenti:

  • Confermò ai “comunisti”, nel Bosco di Punta Secca, il diritto di raccogliere il frutto del lentisco (da cui si ricavava l’olio dei poveri, che poteva servire anche come combustibile), di legnare per lo stretto uso del fuoco e per costruire manici per attrezzi agricoli, di pascolo, senza corrispondere alcunchè.

  • Nei feudi Soprano e Sottano confermò ai “comunisti” il diritto di semina, ma dietro la corresponsione di 6 tumuli (circa 95,16 Kg) per ogni salma di terra coltivata in quello del Soprano e di 4 tumoli (circa 63,44 Kg) nell’altro. La Marchesa incamerava così ogni anno quasi 24,5 tonnellate di grano.

  • Rivendicò il diritto di “jus patronati” sulla Chiesa madre (nel caso specifico quello di nominare il successore del parroco, che nel frattempo era morto il 30 aprile del 1829). A questo diritto si contrapposero gli amministratori comunali, sostenendo che la chiesa esisteva ancor prima dell’infeudazione del territorio di S. Croce ai Celestre, quando ancora dipendeva dal priorato dei SS. Lorenzo e Filippo di Scicli. Dopo qualche anno si trovò comunque una soluzione che accontentò le due parti.

  • Rivendicò il “diritto di vaglio”, cioè una tassa sulla crivellatina del frumento (consistente nel setacciare il grano per togliere eventuali impurità e semini piccoli) nel territorio di S. Croce.

  • Rivendicò il “diritto di suolo” sulle case costruite ed anche in quelle in costruzione tanto nel Comune quanto nei suoi dintorni.

Ultimo aggiornamento: 11/03/2020
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