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MARIANNA CELESTRE GRAVINA

STORIA ANTICA > > BORBONI E UNITA' ITALIA

Morto Giovanbattista V Celestre il 3 settembre 1824 il feudo passò all’unica figlia di Giovanbattista, Marianna Celestre Gravina, ultima marchesa di Santa Croce, principessa di Montevago. Essendo nata però nel 1810, rimase per qualche anno sotto la tutela della madre Eleonora Gravina, che poi sarebbe morta il 2 marzo 1852.

VIGILANZA SANITARIA.
Intanto nel
1831, per impedire che venissero trasmesse malattie contagiose da imbarcazioni straniere, il sindaco barone Vitale pensò di istituire una vigilanza sanitaria del litorale tra Punta Secca e Casuzze. La vigilanza del litorale, contro la pirateria, era stata ripartita già dal ‘700 fra i comuni di Vittoria per il tratto di Cammarana (Scoglitti); Comiso per il tratto di Punta Braccetto, Santa Croce per il tratto restante fino al vallone di Biddemi, dopo la quale la responsabilità ricadeva al comune di Ragusa, e per il tratto ancora successivo a quelli di Scicli e di Modica fino alla marina di Pozzallo. Poiché la vigilanza era stata organizzata con un numero limitato di uomini e con mezzi modesti i risultati sulla sicurezza per Santa Croce e per gli abitanti dei territori vicini furono estremamente modesti.

IL DECURIONATO CONTRO LA MARCHESA TERESA CELESTRE GRAVINA.

Si arriva così all’11 dicembre del 1841 quando entrò in vigore il Decreto Reale riguardante “La cessazione di qualsiasi diritto di abuso feudale”. Tale decreto costrinse l’Intendente barone di Montenero ad inoltrare al Decurionato di S. Croce richiesta di informazione sullo stato delle cose.
Tale richiesta arrivò proprio in un momento in cui il Decurionato di S Croce era già in fermento e aveva deciso di intraprendere azioni legali contro i discendenti dei Celestre e di Don Giuseppe Arezzo.
Entrambi questi personaggi pretendevano richieste illegali e illegittime che a tutti gli effetti rappresentavano delle vere e proprie tangenti, che l’abitudine nel tempo aveva trasformato in censo. La risposta del Decurionato non si fece attendere e così l
’avvocato Biagio Ciarcià ed il vicesindaco Rinzivillo, come rappresentanti del Decurionato, accusarono la Marchesa Teresa Celestre Gravina di illegittime richieste.
L’Intendente in merito a queste questioni deliberò che era illegittimo il pagamento del mondello di frumento e che pertanto non doveva più esser pagato e per il “diritto di suolo” questo non doveva più essere pagato per le future case e che il “diritto di cernita” era illegale. L’ultima richiesta, riguardante l’assegnazione dei terreni fu accolta solo parzialmente.

SANTA CROCE E MAZZARELLI VENGONO MESSI IN COMUNICAZIONE.

Nel
1853 per sollecitare e facilitare le attività commerciali le autorità di Santa Croce fecero costruire la strada che giungeva fino al bivio di Mazzarelli. Questa strada, lunga 5 Km, seguiva il tracciato di una vecchia trazzera reale e attraversava le contrade di: Sottano, Cozzo Cappello, Pellegrino, Gaddimeli. I lavori furono iniziati nel 1853, durarono alcuni anni ma non furono completati per mancanza di fondi. Il Decurionato (cioè l’amministrazione comunale) aveva impegnato £ 9.386,55 e per il ponte intermedio £ 1.028,50. La nuova strada Santa Croce-Mazzarelli, anche se non completata del tutto, diede comunque un forte impulso allo sviluppo agricolo di una vasta area compresa tra S. Croce, Ragusa e la piana di Donnalucata, in quanto attraverso brevi diramazioni metteva in comunicazione le contrade di Pescazze, Casuzze e Biddemi, con Castellana e Maulle nelle quali, da tempo, numerosi santacrocesi avevano trovato lavoro come affittuari, braccianti e pastori. Il commercio dei prodotti agricoli del territorio di S.Croce (grano, carrube e latticini) negli ultimi anni erano cresciuti notevolmente in corrispondenza ad una maggiore estensione delle aree soggette a coltivazione.

DONNA MARIANNA CELESTRE GRAVINA PERDE LA CAUSA.

Ritornando alla Marchesa Marianna Celestre Gravina possiamo aggiungere che era una donna molto bella, di carattere forte e alquanto libera nei costumi, era ben inserita a Corte e nelle alte sfere del potere e tra le famiglie più importanti di Palermo. Donna Marianna dovette affrontare nel luglio del 1854 l’esito della “vertenza giudiziaria” che il sindaco Biagio Ciarcià assieme al vicesindaco Rinzivillo avevano avviato contro di lei per far cessare definitivamente le sue illegittime richieste.
Finalmente nel 1857 i due vinsero la causa e così furono concesse nuove terre al demanio comunale, che in tal modo poté disporre di una maggiore estensione di terre demaniali.
Nelle campagne oltre alle classiche colture cerealicole (grano e orzo) furono introdotti o potenziati gli impianti di carrubeti, oliveti, vigneti, ed il patrimonio zootecnico. Nonostante tutti questi miglioramenti, il paese rimaneva ancora privo di numerosi servizi primari e conservava non pochi segni di arretratezza soprattutto nel campo della viabilità interna e nei collegamenti con gli altri paesi vicini.

IL FARO DI PUNTA SECCA.
Nel 1857 i Borboni fecero costruire il "Faro Scalambri" che lampeggiando ad intervalli regolari segnalava ai naviganti che in quella costa i fondali erano bassi. In quel periodo nella zona arrivavano pescatori da tutte la costa orientale perché c'era "
u passu ra sarda" (cioè il passaggio della sarda). Se ne pescava tanta, veniva subito lavorata e venduta non solo in Sicilia, ma esportata in tutta Italia.  

SANTA CROCE DIVENTA SANTA CROCE CAMERINA
Il 28 giugno del 1863 Vittorio Emanule II accolse la richiesta del comune di S. Croce e così la città prese il nome di
Santa Croce Camerina. Il percorso iniziò con la seduta consiliare del 21 aprile 1862 e si concluse con il Regio Decreto del 28 giugno 1863. L'aggiuta di Camerina fu necessaria per evitare confusione nel nuovo Regno d’Italia ove si contavano ben quattro Santa Croce. La scelta di Camerina fu voluta dagli amministratori per ricordare la discendenza di S. Croce da Kamarina. Non tutti i santacrocesi però furono d'accordo. Alcuni erano contrari ad ogni novità, altri erano affezionati all'antico nome, altri ancora sostenevano che i legami di Santa Croce erano più forti con Kaucana, anzichè con Kamarina.
La Chiesa Madre, dal 1863 dedicata a S. Giovanni Battista, e la Chiesetta del Carmelo (costruita a ricordo del vecchio convento) furono curate da numerosi preti. Si consolidarono alcune feste e tradizioni locali in onore di S. Giuseppe (con le cene) e Santa Rosalia e del Corpus Domini (con gli altarini).

COLLEGAMENTO FRA COMISO E SANTA CROCE CAMERINA.
Nel 1864 grazie all’interessamento e alle pressione di un gruppo di avvocati, (fra cui c’erano Biagio Ciarcià  e Cancellieri) nei confronti del Consiglio provinciale iniziarono i lavori per la Comiso-S.Croce. Ne beneficiò il commercio e si estesero le coltivazioni delle vigne (specialmente nel tratto di costa che va da Punta Braccetto fino a Casuzze), degli oliveti, dei mandorleti, dei carrubeti.


MUORE MARIANNA CELESTRE GRAVINA.

Marianna Celestre Gravina morì nubile e senza figli il 12 giugno 1866 a Palermo e nel suo testamento del 29/7/1852 lasciò tutti i suoi beni al cugino-amante don Romualdo Trigona Gravina (Palermo 11 ottobre 1809 - Palermo 26 gennaio 1877), principe di S. Elia. Per questo motivo lo stabile che c’è a S. Croce viene chiamato “Palazzo Celestre” o “
Palazzo di Sant’Elia” seguendo i predicati nobiliari delle due famiglie che l’ebbero in possesso.
Nella seconda metà dell’Ottocento il palazzo fu venduto dai Principi di Sant’Elia eredi dei Celestre alla nobile famiglia palermitana dei marchesi Arezzo che ne detengono la proprietà.

IL COLERA DEL 1867
Il 16-22 settembre del 1866 scoppiò a Palermo la “Rivolta del sette e mezzo”, così detta perché durò 7 giorni e mezzo. Fu una sollevazione popolare provocata dalla crescente miseria. Le truppe continentali, giunte per reprimerla, sbarcando a Catania portarono il colera, che si era già diffuso a Napoli. Nel 1867 il morbo si sviluppò in tutta l’isola. Molti centri, fra cui: Palermo, Catania, Caltanissetta, Siracusa e Monreale ne furono devastate. Tra il giugno e l’agosto del 1867 S. Croce fu colpita dal morbo che provocò la morte di 122 persone, in prevalenza bambini, su 3.000 abitanti. Nel paese si determinò una situazione di paralisi delle attività lavorative e si soffrì la fame. Alcuni cercarono scampo nelle campagne, ma la maggior parte rimase nel paese.
Dopo questa brutta esperienza fu istituita la condotta medica, che fu affidata al Dott. Salvatore Catalano, originario di Augusta e si stabilì che le puerpere povere  dovevano essere assistite a spese del comune.

DON ROMUALDO TRIGONA GRAVINA.
Morta Marianna Celestre Gravina, Don Romualdo ereditò così circa 600 salme di terra (circa 1.666 ha), la stragrande maggioranza della quale concentrata nelle contrade di Bosco di Punta Secca e Bosco di Punta Braccetto. Don Romualdo nel 1827 si era sposato con Donna Laura Naselli Terrasini, figlia di Domenico, duca di Gela. Da lei, quale unica figlia del Duca di Gela, ne acquisì il relativo titolo ed ebbe quattro figli: Domenico, Giovanni, Francesco Paolo e Luigi. Figura controversa del mondo politico e nobiliare palermitano (nostalgico borbone, ma anche liberale unitario savoiardo),
il Trigona, premuto dal bisogno, cominciò a vendere aree edificabili soprattutto nella zona di Punta Secca, dove cominciarono a sorgere intorno al 1870 le prime case di villeggiatura.
Nel
1877 Don Romualdo Trigona morì, lasciando debiti per £ 59.803,02 che aveva contratto nei confronti del barone Vittorino Cosentino da Lentini.    
Ne seguì una vertenza giuduziaria che si concluse con la vendita all'asta di lotti di terre per mille ettari (più della metà di quelle ereditate), dei due mulini di S. Croce, di alcune case di Punta Secca e di alcuni magazzini, da parte dei figli del Trigona. I grandi magazzini di ricezione e conservazione degli orzi e frumenti, situati nel Piano della Segrezia, furono venduti e una parte di questi furono trasformati dal Signor Giuseppe Amore (1874 - 1944) in fondaco.
I terreni che costituiscono l'attuale Casuzze ed in parte Kaucana furono acquistati dalle famiglie Scillieri e Iozzia di Santa Croce.
Si trattava di terre sabbiose, già bonificate, e dove i nuovi proprietari impiantarono diverse distese di vigneti, carrubeti, oliveti e mandorleti. Tali attività si ripercossero positivamente nel territorio santacrocese, dove si registrarono trasformazioni agrarie e ambientali, aumento della popolazione, sviluppo urbano e incremento delle attività economiche. Se gli abitanti nel 1861 erano 2995, nel 1871 diventarono 4034, nel 1881 passarono a 5057.

Ultimo aggiornamento: 26/06/2019
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