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LA PRIORIA DI SANTA CROCE NEL XV SECOLO

STORIA ANTICA > > GLI ARAGONESI

Agli inizi del 1400 la prioria di Santa Croce era ancora attiva e funzionante. La sua continuità ci viene attestata dalla pergamena n° 13, dove risulta che: l’11 Agosto 1400 frate Corrado di Bongiovanni, vicario generale del monastero di S. M. latina di Gerusalemme e di SS. Lorenzo e Filippo di Agira  nominò frate Andrea Basilogrosso, priore (cioè guida) del monastero di Santa Croce di Rasascarambri. Alla sua nomina parteciparono come testimoni due priori delle più importanti dipendenze siciliane della Latina, Francesco de Tartaro di Messina (quanto prima sarebbe stato eletto abate) e il priore del santuario di San Calogero di Sciacca, Francesco di Bartolo.
Da questo documento emergono due importanti aspetti.
Il primo è che il documento chiarisce quali erano i compiti attribuiti all’abate ed al priore, ed escludeva qualsiasi ingerenza di un priore in un altro priorato se non decisa dall’abate. Il priore poteva disporre liberamente dei beni della sua prioria, ma era compito suo curarla sotto ogni aspetto, nell’interesse dell’abbazia e nell’obbedienza all’abate.
Il secondo aspetto ribadisce l’importanza e la fiducia che la prioria di Santa Croce si era conquistata nel tempo. Nello stesso documento infatti il nuovo priore Andrea Basiligrosso venne anche incaricato di curare tutti i beni situati nel monastero della città di Catania e nel suo territorio, cioè: pozzi, case, vigneti, oliveti con tutti i singoli diritti, tutte le rendite, loro proventi ed emolumenti. Per il priore Basilogrosso e per la prioria santacrocese rappresentava un incarico importante e prestigioso.

INIZIANO LE PRIME DIFFICOLTÀ FINANZIARIE DELLA PRIORIA SANTACROCESE
Altra testimonianza dell'esistenza della prioria santacrocese (riportata da Giuseppe Miccichè e da Elio Militello) fu la concessione in gabella, al nobile ragusano Francesco Arezzo, effettuata dal frate Ruinaldo, priore del monastero dei SS. Lorenzo e Filippo di Scicli.
Il 30 marzo 1412  con atto sottoscritto presso il notaio Jacopo Issisa di Scicli, frate Ruinaldo concesse a Francesco Arezzo, in gabella per tre anni, per un canone complessivo di 12 onze d’oro, pagabili in tre rate annuali di 4 onze i terreni di Santa Croce, con rispetto dei diritti riconosciuti “ab antiquo” ai pastori.                                                                                                                    
Questa prima concessione potrebbe essere interpretata come una difficoltà materiale a gestire il patrimonio santacrocese da parte dell’abate frate Francesco de Tartaro, visto che a Santa Croce mancava il personale per curare e gestire il monastero.

ANDREA BASILOGROSSO.
La situazione finanziaria non era per niente cambiata quando alcuni anni dopo, cioè nel luglio 1418 (indizione 11) a frate Ruinaldo successe Andrea Basilogrosso.

Costui infatti, una volta insediatosi nell’abbazia, trovò un bilancio fortemente in passivo ed una prioria in grosse difficoltà. Per risanare i debiti dell’abbazia il Basilogrosso
fra il 1419 ed il 1420  fu costretto a chiedere un contributo speciale di elemosine e a vendere una casa nella città di Catania dietro consenso di alcuni frati fra cui c’era Raynaldus de Cathana, prior Sancte Crucis de Rasigambri (Rainaldo da Catania, priore di Santa Croce di Rasacambra). Sperava anche che dai centri vicini potessero arrivare nuovi abitanti, ma così non fu.
Poichè la la somma incassata con le elemosine e con la vendita della casa di Catania non fu sufficiente a saldare totalmente il debito, rimanevano scoperti ancora 20 fiorini, il 25 febbraio del 1421 l’abate Andrea Basilogrosso, diede l’incarico al priore Francesco de Bartholo, d’ingabellare anche i beni posseduti nel territorio della vicina San Filippo di Agira, per salvare dal disastro finanziario l’importante prioria santacrocese. Al Basilogrosso successe l'abate Antonio Platamone, discendente di un'importante famiglia catanese, ma anche lui fu costretto a cedere i terreni in enfiteusi triennale.

LA FIGURA DI RAINALDO DA CATANIA.

La difficile situazione della prioria santacrocese era ormai ad un punto di non ritorno. Negli anni successivi si registrarono  fino al 1431 altre concessioni, presso il notaio Guglielmo Carthia di Scicli, operate da frate Rainaldo da Catania, per conto dell’abate della Latina; mentre un’altra concessione del 16 ottobre 1436, sottoscritta  presso il notaio Giuliano Stilo, ebbe come concedente Giovanni Giluso, priore di Scicli.
Frate Rainaldo da Catania sicuramente fu una figura istituzionale tra le più influenti della prima metà del XV secolo. Per le sue alte competenze amministrative ed organizzative ricoprì diverse cariche e fu testimone degli ultimi anni della presenza benedettina a Santa Croce.
Per gli incarichi ricoperti nell’ambito dell’amministrazione dell’abbazia benedettina era considerato un profondo conoscitore non solo della realtà santacrocese, ma anche di quella sciclitana, messinese e catanese (sua città natale). Come amministratore dei beni abbaziali si adoperò a Scicli come mediatore nel ricerca di affidabili enfiteuti sciclitani, e come priore di Santa Croce stipulò personalmente concessioni triennali con persone di sua fiducia provenienti anche da Catania.
È molto probabile che frate Rainaldo abbia fatto da tramite quando il 21 luglio 1457 il concittadino abate Paternò diede in affitto, le terre di santa Croce, a don Pietro Celestre.

IL COLERA DEL 1347 PROBABILE CAUSA DEL DECLINO DELLA PRIORIA DI SANTA CROCE?
Se possiamo dire con certezza che fino al 1421 la prioria di santa Croce era esistente e che priore era Rainaldo da Catania,
quello che non si sa è invece come mai tale prioria avesse così tante difficoltà economiche.
Il Prof. Salvatore Longo Minnnolo e la Dott.ssa Salvina Fiorilla ipotizzano l’ipotesi che la peste del 1347 abbia giocato un ruolo fondamentale in questa catastrofe finanziaria.
Studiando alcuni resti ceramici, l’archeologa Salvina Fiorilla, di Santa Croce Camerina, ha riscontrato che c’è un periodo in cui la storia di Santa Croce si fa più  incerta, più sfumata, dove è più difficile trovare una continuità. Anche se le pergamene ci confermano inequivocabilmente che fino al 1421 esisteva la prioria di Santa Croce e quindi per deduzione anche il monastero, molto probabilmente il periodo nebuloso della storia di Santa Croce potrebbe aver avuto inizio nel 1347 quando scoppiò la peste e che i suoi disastrosi effetti si siano prolungati  per alcuni decenni.  
Riferendoci al territorio di Santa Croce Camerina, il morbo del 1347 mietette vittime ogni giorno, il territorio si spopolò,  cominciò a mancare la mano d’opera, e i frati del “conventum” furono decimati. Probabilmente molti di loro trovarono la morte accostandosi ai malati per assolvere il loro compito spirituale.  
È molto probabile allora che la crisi di Santa Croce Camerina sia strettamente legata non solo ai morti causati dal morbo, ma anche dalle sue conseguenze (spopolamento, mancanza di mano d’opera, mancanza di vocazione, crisi dell’agricoltura ….).

Ultimo aggiornamento: 20/06/2019
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