BENVENUTO A CASUZZE

CERCA
Vai ai contenuti

Menu principale:

COME SI VIVEVA A SANTA CROCE FRA IL 1750 ED IL 1815

STORIA ANTICA > > DINASTIA DEI CELESTRE

Prima di parlare di Giovanbattista V Celestre, in questa pagina voglio brevemente mettere in evidenza come era strutturata S. Croce e come viveva la sua popolazione arcaica, contadina e maschilista alle prese con problemi di sopravvivenza che contrastavano fortemente con il tenore di vita dei vari marchesi, che nel frattempo si succedevano, e con una borghesia emergente.

IL RIVELO DEL 1750
Tra il 12 ed il 21 ottobre 1750 si tenne il rivelo e risultò che i fuochi (cioè le famiglie soggette a tassazione) erano 339, gli abitanti 1311, dei quali 632 maschi, 671 femmine e 8 ecclesiastici.
Il rivelo non prendeva in considerazione le case, botteghe, stalle, magazzini ed il fondaco di proprietà del marchese Giovanbattista IV Celestre, che non potevano essere né censite, né tassate.
Nel rivelo precedente, cioè quello del 1745, si contavano invece 335 fuochi, una popolazione di 1286 anime, costituita da 315 maschi da 18 a 50 anni, 315 di ogni altra età e 656 femmine.
Il rivelo, fra le altre cose, mise in evidenza:

  • L’arrivo di nuovi coloni.

  • Che l’intero Marchesato di S. Croce comprendeva 1565 salme e 8 tumuli, il 96,8% di queste terre (cioè 1515 salme e 5 tumuli) erano di proprietà del marchese e solo 50 salme e 3 tumuli di proprietà di 78 privati cittadini, che garantivano al marchese una rendita perpetua.  

  • L’aumento della produzione di canapa, grano, orzo, lino, legumi, verdure, soprattutto vite.

  • La formazione di un discreto numero di borghesi che investivano in nuove aree.

  • Che era aumentato il numero degli animali, soprattutto quello degli ovini.


LA STRUTTURA DI SANTA CROCE.
Il piccolo paese era composto da una ventina di isolati, raggruppati in un unico quartiere: quello della Chiesa Madre. La maggior parte delle 233 case, era  composta da una sola stanza, 13 di due stanze, 8 di tre corpi, 1 di quattro stanze, 1 di 5 stanze, 1 di 6 corpi ed 1 di 9 stanze.

I RAPPORTI FRA I CELESTRE E SANTA CROCE.
Come già accennato nelle pagine precedenti, non si può dire che gli ultimi marchesi si occupassero molto del loro feudo. Probabilmente la troppa distanza da Palermo e da Alia, dove abitualmente risiedevano, li scoraggiava a controllare personalmente la situazione del feudo, che veniva affidata a governatori e ad arrendieri (persone che si interessavano a riscuotere i dazi dei beni del marchese).
Le eventuali migliorie effettuate dai marchesi (vedi Giovanbattista IV Celestre) non ebbero come obiettivo quello di creare benessere alla popolazione, ma servirono soprattutto per facilitare le entrate e la vendita di lotti.  
I marchesi si limitavano a  riscuotere i canoni delle terre, dei suoli e delle case che avevano dato in enfiteusi o in affitto; in compenso però erano particolarmente interessati, a partecipare alla vita mondana di Palermo, a frequentare i salotti buoni, a sfoggiare la loro ricchezza ed il loro lusso.  
Non c’è da meravigliarsi quindi se a S. Croce non esistevano scuole, non c’erano insegnanti, che la manutenzione delle strade era carente, come pure l’illuminazione, l’igiene pubblica, la sanità
. L’alimentazione era povera ed era basata soprattutto sui legumi, sulle verdure, formaggio e pane.

L’ENFITEUSI A SANTA CROCE E LA CENSUAZIONE DEI BENI DEI GESUITI.
A partire dal 1755 il marchese Giovanbattista IV Celestre cominciò a concedere in enfiteusi diversi lotti di terre perché aveva bisogno di denaro per portare a termine la costruzione del grande palazzo di Sant’Elia, ancora esistente in via Maqueda a Palermo.
A questa disponibilità di terreni, si aggiunse il 30 maggio 1769 anche quella disposta dal governo di allora che aveva sequestrato le terre ai Gesuiti per darle ai contadini poveri. Complessivamente furono alienati diversi ettari del patrimonio dei gesuiti e l'operazione si arrestò per la caduta del Tanucci, ideatore dei provvedimenti, sostituito dal marchese della Sambuca, che manifestò un orientamento politico diverso. La disponibilità di tante terre, indirettamente creò nuove possibilità di lavoro sia per la gente di campagna che per quelli dei paesi. A Santa Croce confluirono famiglie provenienti da Ragusa, Comiso, Scicli, Modica per prendere in affitto un pezzo di terra, aprire una bottega, per lavorare nelle campagne.

SI FORMA UNA NOVELLA CLASSE BORGHESE.
In particolare si distinsero: la famiglia di
don Giovanni Rinzivillo con i figli Guglielmo e Francesco di Modica; la famiglia di don Giuseppe Vitale con i figli Guglielmo e Francesco di Ragusa; le famiglie di don Francesco Scattarelli, don Giovanni Lupo e di don Giuseppe Usai originari di Scicli. Costoro presero in enfiteusi oppure in “gabella”, diverse decine di salme di terra che in parte coltivarono, alberarono ed in parte adibirono a pascolo, modificando così il panorama agro-colturale. I Lupo e gli Usai invece, fra il 1769 ed il 1775, quali governatori diedero l’appalto per la costruzione di interi blocchi di case. Dopo alcuni anni di gestione, questi borghesi pensarono bene di subaffittare buona parte delle terre che avevano in enfiteusi o in gabella, ad altri massari. Queste famiglie ed i loro discendenti riuscirono così nel tempo a svolgere una funzione sempre più centrale nel paese e alcuni di essi raggiunsero anche il livello nobiliare. La distinzione fra borghesi e braccianti si fece sempre più evidente sia nella costruzione delle case, sia nell’abbigliamento, come pure nell’alimentazione e nelle cure mediche.

I RAPPORTI INTERPERSONALI.
Molto forte era il rapporto fra i vicini di casa, che, nei momenti più difficili della vita, si manifestava palesemente con atti di solidarietà. Se era possibile si donava alle figlie una casa per il matrimonio o si pagava l’affitto per diversi mesi; mentre al figlio si donava un’asina per il lavoro nelle campagne. All’interno delle famiglie i nonni godevano di un forte rispetto, la loro autorità si faceva sentire anche sui figli sposati e avanti negli anni. Le mogli ed i figli erano sottomesse al capo famiglia al quale ci si rivolgeva dando del “
voi” o del “vossia”.
I ceti subalterni si rivolgevano ai benestanti usando il termine “
voscenza”, “baciamo le mani”, “vossebenerica”. Il “don” precedeva sempre il cognome o il nome di nobili e a volte anche di quello dei borghesi possidenti; mentre “donna” precedeva il nome delle rispettive mogli e figlie. Il termine “massaro” era usato prima del cognome o nome degli enfiteuti o dei gabellotti. “Mastro” invece era usato prima dei cognomi o nomi degli artigiani, falegnami, fabbri, muratori; “mpa” o “zu” (contrazione di compare e zio”) quelli dei braccianti.

UN INSPIEGABILE CALO DEMOGRAFICO.

Nel periodo compreso tra il 1775 ed il 1795 si registrò un modestissimo incremento demografico di 100 abitanti. Il 26 maggio 1795 gli abitanti risultarono 2016 e tale tendenza provocò una stasi nello sviluppo urbano. Il fenomeno si ripetè, stranamente, anche nel ventennio successivo, nonostante la situazione locale ed internazionale avevano consentito uno straordinario sviluppo economico.

LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE.
Alla fine del settecento, con le guerre napoleoniche, l’arcipelago maltese fu occupato da Napoleone (1798). E fu proprio al Re e agli Inglesi che i Maltesi si rivolsero per chieder aiuto e protezione. Dopo un altro assedio durato quasi due anni, gli inglesi nel 1780 conquistarono l’arcipelago aiutati dalla popolazione locale.
Intanto a partire dal 1735 la Sicilia era stata unita allo Stato di Napoli ed era adesso conosciuta come il Regno delle due Sicilie. I nobili siciliani, che rappresentavano nel parlamento siciliano uno dei tre “bracci” furono espropriati del loro potere e dovettero assistere al rafforzamento della neonata borghesia che si era arricchita gestendo i loro feudi. Doveva per forza andar così perché i nobili, non volevano “sporcarsi le mani”, erano abituati a dare ordini, si disinteressavano delle loro terre, preferivano vivere di rendita e dedicarsi alla bella vita, al lusso, al gioco d’azzardo, alle belle donne, agli sfarzi.
Intanto il blocco continentale attuato dall’Inghilterra nei confronti dell’impero francese, aveva trasformato la Sicilia in un immenso granaio e mercato. Era l’occasione buona per attingere quante più derrate alimentari per rifornire le truppe di stanza a Malta ed in Sicilia. Fu così che molti borghesi siciliani si diedero al commercio del grano (e non solo) per rifornire le truppe inglesi presenti a Malta ed in Sicilia, facendo lucrosi affari e aumentando ancor di più il loro potere economico.    

Ultimo aggiornamento: 20/06/2019
giampigiacomo@libero.it
http://picasion.com/i/1U5qo/
Torna ai contenuti | Torna al menu